Mid90s Recensione

Titolo originale: Mid90s

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Mid90s: la recensione del film che segna il debutto nella regia di Jonah Hill presentato al Festival di Berlino 2019

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Mid90s: la recensione del film che segna il debutto nella regia di Jonah Hill presentato al Festival di Berlino 2019

Chiunque sia stato più o meno giovane negli anni Novanta, ha incrociato in maniera più o meno diretta la skate culture, che delle subculture giovanili degli ultimi trent’anni - perlomeno prima dell’avvento di internet, o della trap - è stata senza dubbio una delle più influenti anche nel mondo dell’arte e della cultura, cinema e musica compresi.
È evidente che quel mondo l’ha conosciuto bene anche Jonah Hill, classe 1983,che all’interno di quel mondo ha voluto ambientare il racconto di formazione alla base del suo primo film da regista: che, non a caso, si chiama mid90s.

La cosa che sorprende di più, e per prima, di questo esordio di Hill, è lo sguardo pulito e orizzontale, quasi semi-documentaristico, con il quale racconta quegli anni e quel mondo, con un’attenzione ai dettagli che è filologica senza per questo diventare nostalgia nerd come quella di Stranger Things o di Ready Player One, tanto per fare due esempi.
Dentro l’inquadratura in 4:3, all’interno dei fotogrammi della pellicola 16mm scelta da Hill per il suo film si moltiplicano segni, marchi, simboli degli anni Novanta, dalla prima Playstation alle Air Jordan passando per marchi famosi dello skate e le Tartaughe Ninja, senza che questi diventino in qualche modo simbolo o veicolo stesso del racconto.

Perché al centro di tutto, in mid90s, non c’è affatto la rievocazione nostalgica di una stagione, ma ci sono i personaggi con tutte le loro istanze, i loro problemi, le loro motivazioni. C’è il protagonista Stevie, acerbo 13enne con una madre giovane e single, e un fratello maggiore aggressivo e bullo. E c’è la crew di skaters con la quale troverà finalmente amicizia, spazio, trasgressione, libertà di sperimentare e crescere: l’esuberante Fuckface (uno “Sheryl Crowe lookink fella”, come recita una divertentissima battuta del film), il talentuoso Ray, con la testa sulle spalle; il tonto Fourth Grade e la sua videocamera; il giovane Ruben, che presto diventerà invidioso di come Stevie è in grado d’inserirsi nel gruppo rubandogli il ruolo di mascotte. E ci sono madre e fratello si Stevie, tutt’altro che sullo sfondo.

Come non viene mangiato dall’immaginario degli anni Novanta, il film di Hill non lo è nemmeno dalle scene di skateboarding, che sono sono mai un accessorio utile a far minutaggio e sembrare cool, ma riescono sempre a essere funzionali alla storia di Stevie (detto Sunburn) e dei suoi nuovi amici, al racconto di un’evoluzione singolare e di gruppo, in anni che erano solo in apparenza più trasgressivi di quelli di oggi.
Allo stesso modo la musica, presentissima con i brani originali di Trent Reznor e Atticus Ross, e le tantissime canzoni dell’epoca che costellano il film, dai Wu-Tang agli N.W.A., passando per Cypress Hill, 2pac, Misfits e Nirvana, riesce a non essere invadente, e inserirsi perfettamente nella ricostuzione di Hill.

L’impressione è che, se tutti questi pezzi finiscono col cadere nel punto giusto, e a incastrarsi così bene gli uni con gli altri, il merito sia della sincerità e della mancanza di inutili sovrastutture che hanno la scrittura e la regia di Hill, capaci di suscitare un’empatia immediata con i personaggi e la loro vicenda.
Non a caso, in molti hanno creduto che la storia di mid90s - che è tenera senza per questo smussare i suoi spigoli - fosse autobiofrafica, e non lo è. È una storia che non ha pretese di particolare originalità, ma che - anche per questo - finisce con l’essere piuttosto universale. E tra una risata e un piccolo brivido, ritrovare pezzi della nostra storia personale dentro a quella di Stevie non è difficile né strano. Piccoli o grandi che siano.

Mid90s
Il Trailer Ufficiale del Film - HD
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Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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