Il professore cambia scuola Recensione

Titolo originale: Les grands esprits

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Il professore cambia scuola: recensione del film scolastico con Denis Podalydès

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Il professore cambia scuola: recensione del film scolastico con Denis Podalydès

La scuola è uno dei mondi che il cinema francese affronta con costante attenzione, tanto è radicata in quel paese la costante messa in discussione dei propri metodi educativi e la consapevolezza che i progressi sociali in termine di amalgama iniziano proprio sui banchi scolastici. Il professore cambia scuola parte dall’assunto chiave dell’insegnamento transalpino: il baratro che esiste fra gli istituti di primo livello all’interno delle mura della capitale e quelle spesso disastrose che distano anche pochi chilometri, nelle banlieue.

Un tema ricorrente, quello del profitto scolastico come grimaldello per scardinare vite ai margini, superare il pregiudizio negativo a cui sono costrette le minoranze. Nel suo esordio alla regia, Olivier Ayache-Vidal ha applicato il metodo di ricerca scrupoloso appreso con il suo vecchio mestiere, quello di reporter, per preparare con l’attenzione di un documentarista il terreno ideale in cui un gruppo di ragazzi, da lui seguiti per quasi due anni, potessero raccontare credibilmente un anno scolastico come tanti altri. La particolarità è quella di raccontare il duplice punto di vista che si contrappone ogni giorno dopo la campanella: quello di chi sta dietro la cattedra, non solo dietro i banchi. 

Un mondo diviso in due, in cui il tempo è cruciale e viaggia con ritmi completamente diversi: per gli studenti non sembra passare mai, mentre lì fuori dalla finestra sembra scorrere una vita che si stanno perdendo, al contrario il professore vede volare i mesi e gli anni, sapendo che quelle creature a cui si affeziona sono di passaggio, pronte a lasciare spazio a qualcun altro della stessa età, in un perpetuarsi di una giovinezza che si fa implacabile specchio degli anni che passano per il professore, sempre più stanco e la cui passione è messa ogni anno più alla prova. Ci voleva un attore di grande giustezza come Denis Podalydès per interpretare un tronfio docente di un liceo d’élite parigino in prestito in una di quelle scuole disagiate di periferia, mantenendo credibile sia l’iniziale antipatia che la lenta e prevedibile conversione indotta dal confronto con gli studenti, inattesi portatori sani di umanità.

Nel percorrere una strada non certo sorprendente, il film si prende il tempo per indugiare sulla malinconia del professore, sulla differenza non banale che può esserci fra chi conosce la materia e chi ha le capacità pedagogiche, oltre che umane, di insegnarla. I professori si ricordano per tutta la vita, si dice spesso, ma non sempre per la ragione giusta, visto che possono fare disastri, quando danno la sensazione di voler essere altrove, di sentirsi in punizione come e più dei loro allievi, privi di passione. Sono questi dettagli apparentemente piccoli, ma cruciali, raccontati con sincera emozione, quelli in cui Il professore cambia scuola riesce ad essere più efficace, al di là della storia di conversione fin troppo convenzionale; nei piccoli momenti di rabbia, di coraggio o vigliaccheria, senza gesti eclatanti, che segnano un anno scolastico e il ricordo che ne avranno in futuro sia gli insegnanti che gli allievi, senza negarsi il rammarico, la nostalgia o le occasioni mancate in sala professori, con una delle rare colleghe in cui si vede una luce speciale negli occhi. 

Il professore cambia scuola
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD
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Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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