"Volevo raccontare come si rimane umani e vivi in circostanze estreme": Álvaro Brechner parla di Una notte di 12 anni

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"Volevo raccontare come si rimane umani e vivi in circostanze estreme": Álvaro Brechner parla di Una notte di 12 anni

La maggior parte delle persone, quando si parla di Pepe Mujica, pensa immediatamente e prevalentemente al folklore, alla sua immagine pubblica da Presidente dell’Uruguay: il “presidente povero”, che anche da eletto continuava a vivere nella sua fattoria e a guidare il vecchio Maggiolino, che donava il 90% del suo stipendio, che esaltava la sobrietà in ogni occasione.
Meno sono le persone che ricordano come Mujica, assieme ai compagni Mauricio Rosencof ed Eleuterio Fernández Huidobro, detto “El Ñato”, e come altri dirigenti tupamaros e prigionieri politici di varia natura, sia stato tenuto prigioniero in condizioni disumane dalla dittatura militare che ha governato l’Uruguay dal 1973 al 1985.
Una notte di 12 anni racconta proprio questo: di una prigionia mirata a spezzare le menti prima che i corpi.
“Per me nel film ci sono due livelli,” spiega il regista Álvaro Brechner, uno che nel cinema vede prima di tutto “l’esplorazione dell’altro”. “C’è quello storico, e magari astratto, e poi c’è il dibattito esistenzale, il racconto di come un essere umano possa essere rimasto tale in circostanze estreme, senza sapere dove si trova, che giorno sia, che ora sia, trattato come un animale.
Il film è frutto di anni di ricerche, e di incontri con i veri Mujica, Rosencof e Huidobro, e con storici, militari, testimoni diretti e indiretti di quei fatti. “Ma quello che m’interessava di più,” dice Brechner, “era capire come il loro cervello potesse essere sopravvissuto, e ho parlato a lungo anche con medici e neurologi, perché quello è un orrore che non si può raccontare con le parole.”

Così, Una notte di 12 anni segue la prigionia dei suoi protagonisti, ne racconta le pericolose scivolate verso la follia, e quelle piccole cose che li hanno mantenuti vivi e per quanto possibile lucidi.
Per loro era così forte la necessità di aggrapparsi a qualcosa, a un racconto, con la mente, che li spingeva a superare anche la fatica e i patimenti del fisico,” spiega il regista. Quel qualcosa poteva essere la radicronaca di una partita ascoltata dai loro carcerieri (“Huidobro era ossessionato dall'idea di aver perso tre mondiali di calcio durante la prigionia,” racconta Brechner; o le conversazioni dei soldati di cui, lentamente, arrivavano a sapere tutto della loro vita nei minimi dettagli, perché ascoltare era tutto quello che avevano da fare; o quelle situazioni paradossali e grottesche, ai limiti del ridicolo, che il film non esita a raccontare.
Mujica e gli altri mi hanno raccontato tantissime ridicole, e spesso ridevano tantissimo tra loro anche quando mi stavano raccontando cose orrende,” dice. “Credo che sia una reazione umana, una strategia di sopravvivenza, e di vedetta. E l’assurdo che a volte ho messo in scena è una delle forme più forti di reazione e difesa nei confronti dell’autoritarismo.”

Riporta direttamente le parole di Mujica, Brechner quando racconta che “una volta mi ha detto che certe mattine rimpiangeva la sua cella, perché non aveva mai avuto così tanto tempo per essere sé stesso come durante la prigionia. Dodici anni orrendi, ma senza i quali, diceva Mujica, non sarebbe mai stato quello che era diventato. E penso che durante quell’esperienza terribile ci sia stata per lui una forma di illuminazione e rivelazione utile non solo alla sopravvivenza, ma alla capacità di guardare il futuro con speranza, e di creare poi un futuro di speranza anche per gli altri.”

Presentato in prima mondiale al Festival di Venezia nel settembre dello scorso anno, Una notte di 12 anni è uscito subito dopo in Uruguay, Argentina, Cile, Brasile - dove ha coinciso con la campagna elettorale presidenziale che ha poi visto eleggere Bolsonaro - e Messico.  
“È stato un evento,” ammette Brechner senza vanità. “Abbiamo avuto un grande successo di pubblico e critica, e reazioni molto forti. Quella della dittatura militare, in Uruguay e non solo, è una ferita ancora aperta, e di certo il cinema da solo non può guarire e risolvere una questione così complessa. Però,” continua, “mi rendo conto che per molti, ai festival e nelle sale, la visione del film è stata una cosa catartica. In Brasile al termine del film le persone gridavano per richiamare l’attenzione della gente nei confronti del rischio di dittatura, e ricevo di continuo messaggi, tweet e video di reazione al mio film. Una cosa che mi fa felice, ma che mi preoccupa anche: perché è preoccupante vedere che questo bisogno di catarsi e libertà sia così diffuso.”

Ottimamente interpretato da Antonio de la Torre, Chino Darín e Alfonso Tort, (“che hanno fatto davvero un assaggio dell'esperienza della follia, e un viaggio nelle tenebre”), Una notte di 12 anni conta anche sulla forza delle bellissime canzoni della cantante Silvia Pérez Cruz (anche attrice in un piccolo ruolo), tra cui una cover di brivido di “The Sound of Silence” di Simon & Garfunkel.
“Ero in un bar lavorando al copione,” racconta Brechner, poi mi sono preso una pausa e nel frattempo è partita quella canzone. La canticchiavo distratto bevendo il mio caffè, quando ho avuto l'illuminazione di come stesse parlando di cose che si adattavano perfettamente al mio lavoro: parlava della possibilità di avere una rivelazione interiore anche nell'oscurità e nel silenzio. Ho chiesto a Silvia una versione che raccontasse quegli aspetti: la lotta contro la disumanizzazione e la possibilità di trovare una fiamma per sopravvivere anche nella luce più oscura.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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